mangiavo un bignè

non cerco mio padre
l’ho detto mille volte

alle ombre dei cipressi
all’ape che sfugge
i fiori sempre verdi
a mia madre che l’addobba
con tre garofani ogni sera

lui preferiva il giallo

l’ho visto stamattina
maglioncino bianco
pantaloni beige
dice che il chiaro
non invecchia troppo

mangiavo un bignè
di quelli con la panna

non cerco mio padre
mi chiama ogni momento
due parole, così
per sentirsi vivo

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sogno e burattino

la morte l’ha dentro
chi ne profila i passi

l’ho imparato nel tempo
che non c’è mai per tutto
nell’ombra del vento
che ci disegna l’ansia
nel tutto a suo tempo
che non è mai domani

così mi godo il tempo
come fosse tutto e nulla
sogno e burattino

ogni secondo è figlio
di un’ora solamente

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urla

come d’autunno
tra gli ocra dei castagni

così sul mare
per ogni petalo che cade

un urlo di silenzio

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Anjezë

La chiamano Madre
perché ha avuto figli

forse troppi
per una vita sola
forse pochi
per traboccarle il cuore

li accompagnava a sera
soffermandosi al tramonto
per abbracciarli al petto

le parole sono pula
si disperdono col vento
lei parlava con le mani,
sulla pelle

un nocciolo di pesca
dal profumo di coriandolo
lo porto sempre accanto
la tengo nel taschino

la chiamano Teresa
ma sua madre la chiamava Anjezë

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Buchi di ragno

Li chiamano sassi
Come quelli sui sentieri
che si prendono a calci
come gli occhi tondi
davanti alla dignità perduta

come le mani
schiaffeggiate dalla terra

Li chiamano sassi
buchi di ragno
dove la vita era succhiata dalle mosche
dove l’acqua
era cristallo di Boemia
e la farina
un vestito di chiffon

li chiamano sassi
lontananze di tempo
 v’c’nònz * di vita
perdutamente

 

* il vicinato, vicinanze

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Sale

quando il passo è di neve
le mani sono bocche
che non sanno più parlare

s’intrecciano
con un seme stretto ai palmi
o si alzano
per morire su di un viso

l’amore è un’altra cosa,
soltanto un’altra cosa

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viticcio imbrunito

viticcio imbrunito
di sere assolate

tralicci lontani
due bulli di legno

la penna s’asciuga
l’emozione s’attorciglia

e un groppo alla gola
ti prende per mano

 

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Primula di marzo

l’attesa d’essere uomo
finisce col vestito buono

nell’odore di canfora
dalle asole ai bottoni
nel passo dei punti
velato di novembre

e una primula di marzo
nel taschino

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Il bambino dal cappellino rosso

portava un cappellino rosso
un orsacchiotto tra le mani
e non ne ho mai saputo il nome

passava con la mamma
sorriso triste la chiamavo
rideva sopra gli occhi
le labbra screpolate
qualche mese tra Le spine
ti graffiano anche quelle

ad ogni angolo un barattolo
disinfettante profumato
uno spasso per i nuovi,
lui non lo guardava più

tre riviste, seminuove
ignorate come il vicino,
occhi paralleli
binari ad uno scambio
sopra il linoleum
più freddo di novembre

a destra la stanza dei giocattoli
qualche colore un arcobaleno
per camuffare un po’
mentre aspettava sergio
che lo accompagnava oltre la porta
con quel disegno strano

un vecchio, accanto a me
urlava sottovoce:
l’ingiustizia è ortica
che ti punge e gonfia
rabbia da bere in un boccone
che t’aggroppa in gola,
un occhio al cappellino
l’altro a una bestemmia
tanto dio non può sentirlo

portava un cappellino rosso
l’orsacchiotto tra le mani
un seme sotto al sasso
che cercava un po’ di sole

 

e non ne ho mai saputo il senso

 

                            A tutti i bambini che fanno la Radio

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Un grano sulle ciglia

Non esiste modo, né peso


che finisca come il giorno
s’acquieti con la notte
fiorisca in primavera
o s’accartocci a tardo autunno

l’amore esiste

al di là del tempo,
due lucciole

un grano sulle ciglia

 

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Girasoli d’agosto ( dedicata a Bethany )

le anime fragili
se ne vanno da sole

spinte alle spalle
da chi ha vuoti da rendere
e striscia nel riso
a cambiare la pelle

almeno la morte
ti guarda negli occhi
e talvolta
ha persino pietà

chi lancia il sasso
ne ha piene le tasche
e insudicia gli angeli
come il fango a fiumara

girasoli d’agosto
bruciati dal sole,
lo sguardo alla terra
non chiede più nulla

 

 

http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/sopravvissuta_un_tumore_suicida_11_anni_bullismo-2055528.html

 

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Nel vestito stretto

eppure,
mi basterebbe una goccia
soltanto una goccia di cielo
per dare un tetto al senso

e se sarà tempesta
sarò granaglia al vento
dalla mano di maggese

se sarà di sole
sarà ombra d’estate
in cui appassire

ad ogni modo oltre
questo vestito stretto
dalla vita in sù

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Alberta e il pettirosso

bastano le mani in tasca
per far dell’uomo un ceppo

tre briciole di pane sul balcone
del giorno il senso

 

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Ripostigli

case bianche, ordinate
dove è facile arrendersi

sulla parete, il televisore
sembra coprire un buco
nessuno lo ascolta
ugnuno con le proprie voci in testa
a fare a botte con il tempo

wanda sfoglia un quaderno
c’è un grappolo di glicine tra i fogli
dal muro le ultime notizie
passano come l’autunno

case bianche, letti uguali
gianna dice di conoscermi
che nel quarantasei non avevo la barba
annuisco le sorrido, talvolta
è più rossa la bugia di una rosa

tre riviste una tombola
fanno colore sulla credenzina
qualcuno fissa il tavolo
forse parla con le briciole
di marco che si vede poco
dell’inverno che non finisce mai

case bianche ripostigli
dove ogni goccia sul viso
annega più della morte
ogni tanto un urlo
per tornare in braccio
ogni tanto un occhio alla porta
che ritorna solo

non ho parole per uscire
solo la tremenda voglia
di un caffè tra i vivi

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si chiama Luigi

si chiama luigi
parla poco
e costruisce strade
come i romani

ha le mani dure
sa fare la 0 con il bicchiere
e scalpella pietre

si fermò una settimana
su di un fazzoletto di strada
e teresa sorrideva sempre

si chiama luigi
gambe storte
dice fossero stati i pesi
da capofamiglia tredicenne
non c’ho mai creduto
eppure le mie sono diritte

donò un anello a teresa
per una vita intera
parla poco
per questo lo ricordo bene

si chiama luigi
è mio padre
e non si guarda più allo specchio

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sarà

lascia che si senta grande
ogni parola che t’uccide
colore che t’abbaglia
ogni mano che si chiude

sarà canto di cicala
in mezzo a un fuoco d’ocra
o vento sopra i tetti
ad imboccare coppi

sarà comunque inverno,
e spunteranno i crochi

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e m’addormento accanto

come vento d’estate
che scompiglia il grano,
fiumano parole
a vestire un sentimento nudo

ma è in un silenzio
che ne respiro il senso

la paura si fa brezza
l’incognito,semenza

e m’addormento accanto

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Cardellini di sabbia

forse, è la paura
d’ascoltare i tuoi silenzi
che ti fa urlare così tanto
d’azzittire un cardellino
e solo per un poco
di sentirti almeno Dio
 
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Foglia d’ottobre

la paura di lasciarti sola
è un vento freddo 
che si alza, ogni tanto
senza bussare mai
come stasera
seduto sul balcone
ad ascoltare
e mi rotola
come foglia d’autunnopoi mi chiami
e s’ammucchia

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Verso radure

non muore mai
il desiderio di volare,
neanche ad occhi chiusi,

un sentiero, d’aghi di pino
tra sogni sempre verdi
e l’odore acro dell’incenso

camminando, verso radure

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Tra le rive

non basta il vento
a far del grano mare,
nè figlio, dell’uomo padre

ma basta questo viola
a far degli occhi sabbia,

a distiguerci dal cane

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In un angolo di sera ( a Santojanni )

senza vento
che morde tra i rami
sono i passi
a ricordarmi terra
ed è inutile contare stelle
per capire quanto è grande il cielo
ad occhi chiusi
si disegna meglio
 –
come stasera
cercando un po di brezza
accanto a te
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Trimori

lo sguardo si abbassa
qualche luce si spegne
sotto lo schiaffo
di una madre severa

spigolando ricordi
tra gocce
che inaridiscono il cielo
e arenarie
sedute a guardare

nella solitudine
di promesse che sporcano
come a Natale

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Granaglie

sono piccole cose
che ammorbidiscono gli occhi

granaglie che danzano
al vagliare d’estate

e ricadono vita
senza farsi notare

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Lara

come un ramo d’ottobre
seduto sulle foglie,
avvolta in tulle
aspettava di volare

ma a capo chino
è difficile guardare il sole
e per me, di pensare a Dio

Si combatte davanti al dolore
si prega e si bestemmia
se è di bocciolo
ci si arrende solamente.

Si chiama Lara
Ha le ali chiuse
e gli occhi,
che fanno nascondino

                                      A Lara seduta sul lettino

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e non mi arrendo

è il tuo calore accanto
che asciuga d’umido le sere,
 
l’unico colore
che non teme buio
l’ultima certezza
prima di sognare,
 
e bruciano i pensieri
 
il tempo si fa terra
l’emozione quiete
 
e non mi arrendo più
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Odore di quiete

bastano briciole di terra
per dare ali ad un soffione
 
l’odore accanto a me che dormi
la quiete ad un sobbalzo,
 
non sempre correre
è andare più lontano
 
di notte
si riconoscono le stelle
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Come d’inverno sulla neve

talvolta,
 
quando è breve il passo
tra ricordo e rimpianto
 
dagli occhi al mento
si fa sentiero
 
come d’inverno sulla neve
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Il mondo in una mano

agli angoli di strada
con il freddo per amico,
 
nelle gocce di una vita
scivolate senza voglia
 
o in mezzo al mare a galleggiare
tra due sogni e un Dio lontano
 
può starci un mondo nella mano
aperta
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Ombre a tratti

è solo indecenza
il bianco e nero
della tua “normalità”

ombre a tratti
nella voce strozzata
di un colore a metà

le parole al vento
fanno del cielo un libro

e nascondono le stelle

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Ricordi , rimpianti di una notte d’aprile

è così piccola
talvolta la notte
da stare in una mano

accartocciata

tra le dita a una carezza
e il palmo che si chiude

 

                                 il 14 aprile 2003 si spegneva mio Padre

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Uno scarto di vento

d’ottobre
si fa culla ogni foglia
manto a giacigli
nei residui di sera
 
il silenzio è una madre
che accarezza i capelli
 
morbidi i cirri
a velare l’autunno
 
uno scarto di vento
quattro sillabe e un grillo
 
tra gli ocra un fruscio
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Il tempo di una foglia

non c’è vita nel limite
né limite alla vita

soltanto pause
sdraiate tra gli zigomi

e il tempo di una foglia
sulle labbra

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La chiave

L’indifferenza è il sogno di volare
nascosto in un cassetto
tra la fionda , quattro biglie
e una trottola di legno
che non sa girare sola

eppure l’uomo nasce nudo
una zolla di maggese
sdraiata sopra il petto
tra grano e girasoli

per poi vivere di notte
come i lampioni
a rubare qualche storia d’amore
da mezz’ora o poco più

e spegnersi con l’alba tra le dita
-ben curate-
e una chiave arruginita appesa al collo

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Ombra d’estate

è ombra d’estate,
il tuo sorriso

una virgola piantata
a dar respiro al verso

gomena alla bitta
tra le creste del maestrale

o solo una farfalla ,sbarazzina
tra i capelli

spesso
la felicità è troppo vicina
per farsi notare

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Tra filari ed il cielo

è nello stare sospesa
che l’immagine vibra

un aquilone
tra filari ed il cielo

mi riporta quel battito
perduto di figlio

 

                                A mio Padre

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Un bacio

quattro petali di rosso
tra le spighe d’agosto

acquietano lo sguardo
dalla voglia d’infinito

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Sospeso

è nell’ultimo verso
che vive la poesia

mille volte pensato
spiato da un buco
e mai scritto davvero

brezza, tra pensieri ed il mare

lo sguardo a un puntino
tra le dita una cicca
e il mondo più in là

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Trilogia del ciliegio un soffione e la farfalla spettinata

e cominciarono a cadere
come la cenere
soffiando sulla brace

fuoco d’ortica
che bruciava il petto

domande tra le dita
i tuoi capelli spenti

stavamo lì

appoggiati a quel ciliegio
in mezzo al prato dei ginepri

e il sole che aspettava

————————————

come un soffione a primavera

tenace nello stelo sulla terra
delicata vestita di chiffon

com’eri bella
accarezzata dal maestrale

com’eri nuda

————————————-

la vita è un sorso di eternità

un bicchiere di emozioni
da gustare lentamente

scoprirne il retrogusto more
e una farfalla spettinata, come te

sul naso

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Quando si chiamavano per nome e si stringevano le mani

faceva stringere le mani
la sete di libertà

abbandonare case amori
storie e foto in un cassetto

sognare soffrire
uniti, anche morire

-magari dentro a un fosso
ignoto sognatore
o in fila sulla piazza
come alle scuole, mai finite-

ma sempre gli occhi lucidi
di chi sa di avere amato
i riccioli di Ofelia
il futuro dei suoi figli

ubriachi e pasci
ora è facile dimenticare
attorcigliati come scorze al sole

chissà se avremo ancora sete

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